17 Dicembre 2025

Data center, giro d’affari fino a 30 mld di € in Italia entro il 2030

Un giro d’affari fino a 30 miliardi entro il 2030 fino a raggiungere un valore compreso tra 38 e 165 miliardi nel decennio successivo (2030-2040). E’ la stima realizzata dalla Community Data Center Italia di Teha Group sull’impatto dello sviluppo dei data center sul mercato italiano.
“Il mercato nazionale sta accelerando, recuperando terreno rispetto a hub come Londra e Francoforte. La capacità IT dei data center cloud tradizionali è destinata a raddoppiare nel prossimo decennio. Mentre quella dedicata all’AI training potrebbe crescere di 5 volte, rispetto al balzo di oltre 10 volter previsto per l’AI inference”, spiegano gli esperti del think tank guidato da Ambrosetti. “Queste trasformazioni favoriranno uno sviluppo più distribuito dell’infrastruttura digitale, guidato dai costi energetici, dalla rapidità dei processi autorizzativi – compresi i tempi di connessione alla rete – per le Factory AI, e dalla disponibilità di un indotto locale qualificato per i servizi di inferenza e le architetture di cloud ibrido”.
Per attivare una reale diffusione territoriale, secondo Teha, è necessario comprendere le dinamiche di sviluppo dei data center e, parallelamente, valutare la capacità del Paese di attrarre investimenti, costruire una filiera competitiva e gestire in modo efficace energia, permitting e disponibilità dei siti.
“L’Italia ha davanti a sé una delle più grandi opportunità di sviluppo degli ultimi decenni: la crescita del mercato dei data center può generare valore economico e posti di lavoro qualificati, rafforzando la competitività del Paese. Ma perché questo potenziale si traduca in realtà, è necessario intervenire su tre fronti chiave: energia, autorizzazioni e filiera industriale. L’allungamento del time to power rischia di rallentare investimenti essenziali, mentre il permitting frammentato e una filiera ancora poco integrata faticano a sostenere le richieste dei grandi operatori internazionali”, spiegano Alessandro Viviani e Jacopo Palermo, associate partner di Teha Group. “In Italia, in particolare, Milano sta dimostrando di poter competere con i principali hub europei, ma serve una visione nazionale che renda l’intero Paese attrattivo. Per riuscirci, occorre un’azione coordinata tra istituzioni, utility, imprese e sviluppatori: solo così potremo trasformare questa dinamica di mercato in un vantaggio strategico per il sistema Italia”.
In base ai risultati dell’analisi, lo sviluppo dei data center rappresenta un’occasione unica per la riqualificazione del territorio. Tanto più che, secondo la mappatura realizzata da Teha, esistono oggi in Italua 3,7 milioni di metri quadrati di aree brownfield (siti industriali dismessi) potenzialmente adatte a ospitare queste infrastrutture.
“Valorizzare queste aree significa preservare suolo verde e restituire valore alla collettività bonificando siti altrimenti abbandonati”, spiegano gli esperti. “Nel contesto attuale e prospettico, gli investitori in data center sono gli unici soggetti in grado di garantire un contributo al miglioramento nelle aree di degrado periferiche producendo un significativo vantaggio collettivo. L’adozione delle migliori tecnologie disponibili può liberare fino a 1,2 GW al 2040, evitare 2 milioni di tonnellate di CO? annue e garantire un risparmio idrico pari al consumo domestico di oltre 216.000 persone, fino ad azzerare il consumo d’acqua”.
In uno scenario al 2040, il consumo elettrico dei data center crescerà significativamente fino al 10%. Per gestire questa domanda, la Community ha proposto un modello di integrazione tra infrastrutture digitali e transizione energetica. I data center, grazie ai loro consumi costanti (baseload), sono infatti l’unica leva efficace per abbattere il costo unitario dell’energia in un sistema che si sposta verso costi fissi. Possono agire come abilitatori di investimenti nelle rinnovabili e, in prospettiva, fornire servizi di flessibilità alla rete, accelerando lo sviluppo infrastrutturale a beneficio dell’intera collettività.
“I data center sono un volano per l’economia e l’occupazione qualificata”, aggiungono gli analisti del think tank guidato da Teha. “L’analisi della struttura dei costi operativi mostra che la spesa per manutenzioni e servizi tecnici (40%) supera quella per l’energia (30%), mentre cento milioni di euro investiti nella costruzione generano oltre 1.200 posti di lavoro totali nella filiera”.
Tuttavia, l’industria nazionale sconta un ritardo strutturale dovuto alla frammentazione: le pmi generano il 64% del valore aggiunto della manifattura collegata ai data center in Italia, contro il 24% della Germania. Per competere, è necessario favorire l’aggregazione creando “campioni di filiera” in grado di raggiungere la massa critica richiesta dai grandi player internazionali.
Per trasformare queste analisi in azioni concrete, la Community Data Center ha elaborato 12 raccomandazioni strategiche rivolte alle Istituzioni e agli stakeholder, suddivise nei tre ambiti di intervento. Il primo è quello territoriale, che prevede l’introduzione di corsie preferenziali (Fast Track) per i progetti tecnologicamente virtuosi e sostenibili; il recupero di aree dismesse (brownfield) con strumenti urbanistici dedicati e il supporto agli Enti Locali con competenze tecniche specifiche (capacity building) per gestire la complessità autorizzativa. Il secondo ambito, infrastrutturale, promuove il modello “Data & Energy Hub” per l’autoproduzione e l’accumulo; contrasta le richieste di connessione speculative che saturano virtualmente la rete; favorisce un dialogo strutturato e preventivo tra Terna e gli sviluppatori. Infine, dal punto di vista industriale, occorre incentivare l’aggregazione delle PMI in Consorzi o Joint Venture per raggiungere massa critica; utilizzare la leva autorizzativa per premiare i progetti che coinvolgono la filiera nazionale; sostenere la Ricerca & Sviluppo collaborativa tra provider tecnologici e sviluppatori.